1° incontro – 31 gennaio 2015 – Bellinzona, Spazio Aperto

Pubblicato giorno 31 gennaio 2015 - Cammino, Cammino famiglie 2015, Diocesi di Lugano, In home page, Vescovo Valerio

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Preparare, nutrire e sostenere il matrimonio cristiano
Mons. Vescovo Valerio Lazzeri, Vescovo di Lugano
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Vengo a questo incontro con grande gioia e anche con un po’ di trepidazione. La mia proposta non è forse quella che voi vi aspettereste. È infatti mia intenzione offrirvi un quadro generale della riflessione entro cui mettere la nostra Pastorale familiare diocesana. Sono stato sollecitato in questo senso dalla Commissione della Pastorale familiare, anche sulla scorta dei molti spunti interessanti elaborati già da un po’ di tempo con i corsi di preparazione dei fidanzati e nelle varie situazioni familiari che si vengono a creare nella nostra realtà diocesana.

In questo ambito ci sono proposte molto dense, che credo che questa mattina siano state già illustrate. Io non entrerò propriamente nella materia di queste suggestioni. Vorrei cercare, con voi, di tracciare il quadro di riferimento nel quale muoverci per promuovere, rafforzare e sviluppare quel particolare settore della missione ecclesiale che non ha semplicemente come destinatarie le famiglie, ma come soggetti principali le famiglie della nostra realtà diocesana.

La vocazione degli sposi, la vocazione del padre, della madre, dei figli, sono un intreccio di chiamate che realizzano in maniera specifica la vocazione cristiana. Io non ho nessuna particolare ricetta da proporvi, non ho nessuna pretesa di avere delle soluzioni ai problemi che conoscete meglio di me e che da molto tempo, con coraggio e pazienza, già state affrontando. Vorrei solo cercare di tracciare delle linee che possano aiutare a mettere a fuoco le componenti essenziali di questa sollecitudine che la Chiesa ha per la realtà della famiglia. Ho l’impressione infatti che diamo spesso troppo per scontato che, come cattolici, ci si debba occupare di questi temi. Così non investiamo abbastanza tempo per dirci esplicitamente i motivi per cui essi ci stanno a cuore come cristiani, come battezzati, come discepoli di Gesù.

C’è una dottrina, un insegnamento, un magistero della Chiesa sulla famiglia, su quello che è il vivere in famiglia. Questo lo diamo un po’ per scontato e non riflettiamo abbastanza su quali siano le dinamiche che hanno portato a costituire questo patrimonio. Che tonalità ha questa parola della Chiesa sulla famiglia? Dalla conoscenza di questo insegnamento dipende l’efficacia stessa della comunicazione. Non basta semplicemente avere un pacchetto di idee, visioni, indicazioni. Bisogna capire da quale dinamica comunicativa esso venga.

Vi propongo così due momenti di riflessione.

Il primo intende darvi le tonalità del discorso cristiano sulla famiglia. Quali sono gli accenti che si intrecciano nel discorso cristiano sulla famiglia? Perché non è tutto piatto, non è semplicemente una dottrina che deve essere capita e poi, con la volontà, realizzata. C’è una qualità di Parola che ha una sua energia particolare. Anzi: a mio avviso le qualità di parola proprie dell’insegnamento riguardante la famiglia nella Chiesa sono tre. Questo è il primo momento: cercheremo di capire da parte dell’emittente quali siano le lunghezze d’onda del messaggio, più che i contenuti. Molte volte i fraintendimenti nascono perché non abbiamo capito qual è il tono con cui vengono dette certe cose, qual è la qualità di comunicazione che si vuole stabilire. Sembra che si diano delle regole, sembra che la Chiesa sia un’autorità, che dà delle indicazioni su come fare. Allora essa è semplicemente un maestro che dice: “Si fa così”. Invece ci sono delle tonalità diverse che vanno messe a fuoco.

Sul secondo versante siamo piuttosto sul lato dell’apparecchio ricevente. Ci sono alcuni nodi esistenziali nella vita degli sposi, delle famiglie cristiane, direi nella vita umana in generale, che devono essere intercettati. Vorrei cercare di mettere a fuoco con voi proprio questi nodi, perché quello che noi cerchiamo di dire diventi veramente una Parola che viene a plasmare una vita umana, viene a nutrire, alimentare a suscitare un’avventura e a far capire che la chiamata ad essere cristiani è una vera chiamata, è un’avventura spirituale. È un’avventura che parte da un inizio e ha a un suo svolgimento, le sue vicissitudini e ha una sua maturità. Questo non è molto chiaro nel nostro modo di ragionare abituale. Noi pensiamo sempre: bisogna equipaggiare i fidanzati con qualche nozione, devono essere pronti a un certo livello e poi dopo comincia il matrimonio. Non abbiamo il senso di questo sviluppo di un’avventura umana, che ha delle caratteristiche particolari.

1. Le tonalità del discorso cristiano sulla famiglia

1.1. Testimonianza

Il “Vangelo della famiglia” è un termine usato anche dalla Relatio Synodi, è un’espressione diventata quasi emblematica per indicare quel settore dell’insegnamento cristiano che riguarda la famiglia. Il Vangelo della famiglia è però in primo luogo semplicemente il Vangelo di Gesù Cristo vissuto in famiglia. Sembra una banalità, ma non è così. Il Vangelo della famiglia è prima di tutto l’annuncio cristiano che ha raggiunto le persone nel loro essere coinvolte in quel particolare intreccio di relazioni umane coniugali, genitoriali e filiali che costituisce la famiglia. Questo primo nucleo è la comunicazione fondamentale. Quello che costituisce il Vangelo della famiglia è l’esperienza di uomini e donne che vivono la realtà coniugale e genitoriale, familiare, e sono raggiunti dalla Buona Notizia, dal Vangelo di Gesù Cristo. Ora che tipo di comunicazione è, se questo è alla base di tutto? È la comunicazione che noi troviamo nel discorso della montagna (o della pianura secondo Luca). La qualità di quel termine “beati” è la qualità della comunicazione fatta alle famiglie. Perché quel termine, “beati”, non stabilisce una categoria, è una comunicazione di energia, la comunicazione della forza di Cristo risorto che viene, attraverso la parola, trasmessa agli ascoltatori di questo messaggio.

Che cosa vuol dire “beati”?

La radice della parola “beati” è, da una parte, l’espressione di qualcuno che invita a stare in piedi e, dall’altra, l’invito a mettersi in cammino. Una traduzione francese molto letterale che vuole recuperare il significato originario della parola “beati”, cioè il significato semitico, quello che Gesù aveva in mente, traduce: en marche, in cammino. Beati è come dire: “su, in piedi e cammina”. Immaginate questo tipo di comunicazione. Ed è importante che noi lo mettiamo al nucleo, come prima tonalità. Che cosa dice la Chiesa alle famiglie? Dice in piedi e cammina, comunica quell’energia che permette di assumere la propria convinzione presente e di mettersi in cammino. E di fare della nostra vita una testimonianza. Ma non una testimonianza di idee, di cose che abbiamo pensato e di cui siamo magari anche convinti, ma una testimonianza che viene dall’esperienza dell’essere raggiunti da questo vangelo che ci mette in piedi e ci fa camminare.

Il primo aspetto è questo. Se vogliamo capire quale è la tonalità con cui la Chiesa elabora il discorso sulla famiglia, dobbiamo ritrovare questa qualità di parola alla radice di tutto, una parola performativa che fa quello che dice. Noi non riceviamo semplicemente delle indicazioni, nel Vangelo non troviamo delle idee sulla famiglia o un modello di famiglia, o cosa devono fare gli sposi, ma troviamo questa parola che mette in piedi e fa camminare degli uomini e delle donne concreti che vivono una determinata situazione familiare. Questo è il nucleo essenziale, testimoniale. Certamente è sempre possibile trarre dai Vangeli – e subito è stato fatto dalle prime generazioni cristiane – anche degli elementi di contenuto, di dottrina, di visione. Ma la cosa fondamentale che non bisogna mai dimenticare è che il discorso cristiano sulla famiglia è stato generato dall’incontro tra sposi, genitori e figli con il dinamismo dello Spirito effuso nei cuori, capace di assumere, trasfigurare, risignificare la realtà umana creazionale della sessualità, dell’affettività, della relazionalità familiare. C’è una Parola, che è il Vangelo, che entra nella vita umana e assume la famiglia così com’è.

Qui c’è un punto interessante: vorrei farvi un esempio come si è letta la scrittura qualche volta. In passato la teologia liberale tedesca ha letto quei passaggi del Nuovo Testamento che descrivono la vita familiare semplicemente come un’immissione di teorie, visioni e modelli familiari filosofici del tempo con una spolverata di cristianesimo. Il modello del rapporto uomo-donna o genitori-figli era quello della famiglia greco-romana, la famiglia che si conosceva, con qualche aggiunta, qua e là, di Cristo. I teologi liberali dicevano: “Questo è stato l’imborghesimento della concezione cristiana della famiglia”. Ma non è così, perché evidentemente la visione sulla famiglia nei Vangeli viene da un’esperienza di fecondazione di questa realtà umana da parte del dinamismo dello Spirito di Cristo morto e risorto. Questa visione ha preso la famiglia così com’era, quando Paolo e gli apostoli annunciavano Cristo, e gli ha introdotto quel fermento che a poco a poco ha portato a ridare un nuovo significato alla relazione coniugale e alla relazione tra padri, madri e figli. Il Vangelo è fermento, non è prima di tutto un’idea. È un fermento che trasfigura delle vite umane concrete. E che costituisce dei testimoni.

La prima esigenza, che a me pare fondamentale in una pastorale familiare, è che abbia come sua componente essenziale questa tonalità testimoniale. Che i primi che trasmettono il Vangelo della famiglia sono i portatori di questo sacramento del matrimonio. Coloro che hanno visto la loro umanità coniugata – come umanità di sposi, umanità di genitori – lievitata, fermentata amplificata dall’incontro con la linfa del Vangelo. Il primo linguaggio è quello di coloro che sono maturi al punto tale da essere pronti a rendere conto della speranza che è in loro. Come dice la prima lettera di Pietro (cfr. 1Pt 3,15). La Chiesa sviluppa un discorso a partire da coloro che portano Cristo dentro la loro realtà umana familiare di sposi, genitori e figli e questo crea già subito una possibilità di comunicazione diversa: “Io ti parlo da testimone, non come uno che ha capito tutto e adesso ti impone una dottrina. Ti parlo a partire dalla mia umanità trasfigurata, dalla mia umanità che ha ricevuto un impulso nuovo dall’incontro con il Signore”.

1.2. Profezia

La prima parola è quindi la testimonianza, la seconda, direi, è la profezia. È infatti certo che l’insegnamento ecclesiale sulla famiglia non è semplicemente il riassunto di tutte le esperienze di tutte le famiglie cristiane che ci sono state nella storia, non è il concentrato di quello che hanno vissuto le coppie nella storia. Nella Chiesa non si custodisce semplicemente quello che siamo riusciti a mettere insieme a partire da un incontro in cui tutti raccontano quello che hanno vissuto. La Chiesa in ogni epoca e in ogni ambito geografico rimane una “ecclesia”. La parola “ecclesia” è importante. Significa un’assemblea di convocati, un’assemblea di chiamati. La Chiesa rimane sempre custodita, è sempre raccolta, rinasce continuamente dalla dispersione, da una Parola che risuona. La Chiesa si manifesta laddove questa Parola risuona e dove le persone l’accolgono, vengono chiamate. Il secondo aspetto importante da far capire così, è che nel discorso cristiano sulla famiglia c’è una Parola che eccede quello che noi sappiamo, una Parola che ci chiama, che ci convoca, che è più forte delle nostre immaginazioni e che si innesta nel nostro presente e apre un orizzonte più ampio. Faccio qualche esempio di chiamata. Ricordiamo i primi discepoli sul lago di Galilea, la chiamata di Gesù che passa. Egli incontra questi pescatori alle prese con le loro faccende quotidiane, i loro impegni quotidiani. Gesù che cosa mostra loro? Come li convoca? Egli parte dal loro essere pescatori, ma insieme lascia anche intravedere qualcosa che non riescono ancora a immaginare: “Vi farò pescatori di uomini”. La parola di Gesù non dice il percorso della vocazione ma mobilita persone concrete qui e oggi a qualcosa di più ampio, qualcosa che è più grande. Questo si riflette anche nelle parole di Gesù sul matrimonio e sulla coppia. Gesù riprende le parole della Genesi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla donna e diventeranno una cosa sola”. Gesù cosa fa di queste parole della Genesi che son tutte proiettate al futuro? Le innesta in un presente concreto: “Così non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19,6). È una Parola profetica, una Parola che indica qualcosa che dobbiamo diventare, che apre un orizzonte di trasformazione, che non è un modello statico, ma una Parola che arriva come una freccia nel concreto della nostra vita e che dischiude un orizzonte.

Questo comporta la fatica di lasciarsi andare ad un orizzonte che non conosciamo. Le stesse parole che Gesù ha citato a proposito dell’uomo e della donna prendendole dalla Genesi, Paolo le porta avanti, le commenta. Si sente la profezia che sta andando avanti, quando afferma: “Questo mistero è grande, io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32). È una Parola che ci invita, che entra nel presente e ci apre un orizzonte che non avremmo mai immaginato. Quando un uomo e una donna si incontrano, vedono che si crea un progetto, che comincia una storia, senza ascoltare questa chiamata, non potrebbero mai immaginare che quello che loro stanno vivendo è in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Non potrebbero arrivare a questo orizzonte escatologico, di sponsalità finale, che tocca il momento quando il Cristo e la Chiesa, che sono lo Sposo e la Sposa, si abbracceranno nella visione ultima delle cose.

Questa Parola profetica è una seconda tonalità che attraversa tutto il discorso cristiano sulla famiglia. In essa vi sono gli aspetti più esigenti, perché noi vorremmo realizzare qualcosa di più alla nostra portata. Qualcosa di cui possiamo determinare i confini: “Sono disposto ad arrivare fin lì, a realizzare questo” e invece, nella chiamata degli sposi c’è l’invito ad aprirsi a qualcosa che non si conosce ancora. Faccio altri esempi: nel testo del Nuovo Testamento, per esempio, la prima lettera di San Giovanni dice esattamente questo dinamismo del già e del non ancora: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Credo che una pastorale familiare debba aiutare gli sposi cristiani a entrare in questa dinamica di una Parola che dischiude un orizzonte estremamente vasto, illimitatamente vasto, che è il mistero di Cristo e della Chiesa. Ciò comporta che tutti gli aspetti, compresa la nostra meschinità, la nostra chiusura, sono toccati da questa Parola, che è profezia di un mondo che deve venire. Portare questa parola profetica è un compito delle famiglie cristiane: esse sono chiamate ad indicare che quello che cominciano a vivere qui ha uno sviluppo che solo il Signore conosce. Occorre affidarsi a questa dinamica di una Parola profetica.

1.3. Sapienza

Il terzo elemento è poi la sapienza. Quindi, riassumendo: testimonianza, profezia e sapienza. Questo terzo aspetto è importante per accompagnare gli sposi cristiani, che devono essere consapevoli di essere innestati in un mondo, in una cultura e in una mentalità fatta in un certo modo, con contorni e caratteristiche precisi. Il terzo momento è quello della riflessione, anche critica, nei confronti di quello che ci viene proposto dal nostro mondo. Noi molte volte abbiamo la sensazione che viviamo in una cultura, in un modo di vedere la relazione uomo-donna, la sessualità, l’affettività, l’apertura alla vita, in una maniera di vivere che si è sviluppata, o a prescindere dal cristianesimo, o addirittura contro il cristianesimo. La sensazione che abbiamo è che viviamo in una cultura che si è emancipata, o addirittura si è sviluppata contro la nostra visione della famiglia. Dovremmo renderci conto che ciò è capitato fin dall’inizio. I cristiani si sono trovati fin da subito a doversi confrontare con modelli di famiglia che non erano quelli che scaturivano dall’esperienza dell’incontro con Cristo. Altrettanto in fretta essi hanno sviluppato una riflessione che è insieme critica a quello che viene proposto, ma anche capacità di far entrare le persone nella percezione che ciò che la Chiesa, il Vangelo propone sulla famiglia risponde profondamente all’attesa del cuore umano.

Qui sta la sapienza: noi oggi non dobbiamo essere semplicemente critici nei confronti dei modelli che ci vengono proposti, questo non basta per una pastorale familiare adeguata. Bisogna saper presentare quello che ci sta a cuore sulla famiglia intercettando il cuore umano. Dobbiamo far vedere che ciò che ci sta a cuore, è quello che è nel cuore delle persone.

Noi ce ne dimentichiamo, ma questo è il nodo esistenziale da raggiungere, per avere una parola che sia capace di aiutare le persone ad attraversare il deserto, a credere che oltre il deserto c’è la terra promessa, ad assumere il crollo delle proprie aspettative, sapendo che la verità è sempre figlia dell’immagine che ci ha fatto partire, dell’illusione, se volete.

2. I nodi esistenziali toccati dal discorso cristiano sulla famiglia

Siamo così pronti per passare al secondo momento della mia riflessione. Non basta infatti rendersi conto di cosa comporta l’insegnamento ecclesiale sulla famiglia. Occorre anche prendere coscienza, a mio avviso, di alcuni nodi esistenziali, costitutivi di ogni avventura umana orientata a comprendersi come vocazione, come chiamata a cui rispondere e quindi anche del matrimonio cristiano.

Riprendo qui, cercando di applicare la riflessione al nostro proposito particolare, quanto ho cercato di esporvi nella mia lettera pastorale.

2.1. La dinamica della promessa e della delusione

Ripartiamo proprio dal crollo delle illusioni che accompagnano il nostro metterci in cammino. Il primo nodo esistenziale di cui la cura ecclesiale per la famiglia deve prendere coscienza è l’enorme fatica che facciamo tutti oggi a riconoscere l’impossibilità di entrare in una dinamica di crescita e di maturazione che non passi attraverso un momento di crollo della rappresentazione iniziale che mi ha fatto partire. Viviamo nell’erronea convinzione che la delusione sia nemica dell’autenticità del cammino intrapreso e, quando questa inevitabilmente si presenta, ricorriamo a nuove immaginazioni che riteniamo possano ridare vitalità e verità al cammino.
Eppure l’illusione iniziale non è così cattiva se ci fa partire nella direzione giusta. Essa crolla ma poi lascia come figlia quel frutto dello Spirito che è la gioia, la pazienza, la benevolenza, la capacità di accogliersi, la capacità di entrare in una comunione più profonda. Questi frutti maturano soltanto se passiamo attraverso la delusione, perché se non l’attraversiamo e ci impuntiamo, allora…

2.2. Il passaggio dal festivo al quotidiano

Il secondo nodo, secondo me importante, che dobbiamo tener presente nel proporre l’accompagnamento cristiano per le famiglie, è quello che chiamerei, nella nostra cultura, la denigrazione del quotidiano. Oggi si ritiene che il quotidiano, con gli impegni di lavoro, le attività banali ripetute, sia in fondo un interstizio fastidioso tra un weekend e l’altro. Il tempo del lavoro e della scuola diventa una specie di intermezzo in cui dobbiamo fare delle cose per poi meritarci il tempo delle vacanze. Questo è grave. Tale visione infatti pesa sull’evoluzione della vita familiare. Se io, nel quotidiano, non ho qualcosa che lo renda sensato, un ritmo, dei pasti in comune, un succedersi sensato dei tempi di riposo e di impegno, se non riesco a ritrovare il filo d’oro che attraversa giorno per giorno, effettivamente, la storia familiare, rischio di non andare avanti molto. Il rapporto tra il festivo e il quotidiano è fondamentale per la vita umana. Dobbiamo però far capire che quello che proponiamo va proprio a toccare questo: noi non celebriamo la festa per contrapporla al quotidiano, ma perché dalla festa passi la linfa nel quotidiano. Il rapporto giusto è quello tra le nervature e il resto di una foglia verde. Le prime sono diverse dal resto della superficie verde della foglia, sono diverse ma profondamente connesse. Se non riusciamo a fare la connessione tra il festivo e il quotidiano, finiamo per vivere sempre in attesa di qualcos’altro, in un “non-qui” e un “non-ora” che logora la famiglia. Anzi: la rende insensata, perché la famiglia è fatta prima di tutto di quotidiano, di gesti ripetuti nel feriale, nell’ordinario. Questo è un nodo importante, se vogliamo pensare ad una pastorale familiare che prepari i futuri sposi anche al passaggio dal festivo al quotidiano.

2.3. L’esercizio dell’attenzione

Il terzo elemento è una diretta conseguenza del precedente. La perdita di attenzione a ciò che accade, al tempo che passa, provoca come un depotenziamento dei nostri sensi: occhi, orecchie, capacità di percepire l’altro. Il tempo che passa deposita un pulviscolo sulla nostra capacità di sentire, di accorgerci che qualcosa accade. Con il rischio reale che arrivi l’indifferenza, e con essa la conclusione che dall’altro, dalla persona che ho accanto, non posso più aspettarmi niente di nuovo. Anche questo è un elemento essenziale: si deve capire che i sensi vanno coltivati, esercitati. L’attenzione non è una cosa che noi abbiamo automaticamente. Dobbiamo tenere sveglio il cuore, nutrirlo, perché non si addormenti, altrimenti si innesta questa progressiva incapacità di incontrarsi.

2.4. Dall’auto-protezione al coraggio della vulnerabilità

Quarto nodo: è quello che porta le nostre famiglie alla lacerazione. Quando, a un dato punto ci sentiamo rinchiusi da ogni parte dall’incomprensibile e dall’inafferrabile, allora cala la saracinesca del cuore, abbiamo l’impressione che siamo isolati e a questo punto c’è la rinuncia: “Basta, provo altrove, spezzo il legame perché non mi dà più niente”. L’isolamento e la chiusura si pongono a protezione della nostra profonda ferita. Ora, proprio questo nodo è il luogo dove noi incontriamo la Rivelazione. Possiamo sciogliere questo nodo solo quando incontriamo Qualcuno, il Signore, che sta vedendo che cosa stiamo passando. Mosé e tutto il popolo di Israele in esilio si sono trovati chiusi in questo vicolo cieco. Hanno però potuto cogliere una prospettiva di liberazione nella percezione di un Dio che ha visto la loro sofferenza, che ha aperto uno spazio santo, dove ci si può liberare dalle proprie paure, dove si può incontrare l’altro, lo spazio della vulnerabilità. La rivelazione di Dio è la rivelazione di Colui che ci dà la possibilità di credere a questa compassione infinita per l’essere umano. Lo accenno soltanto. Qualche volta pensiamo che non esiste qualcuno che possa capire quello che stiamo passando. Eppure, anche in questo momento, che è il momento del Dio vivente e della Terra santa in cui si entra a piedi nudi, toccando coi piedi la terra, essendo ben in contatto col nostro humus da cui deriva la nostra umiltà, noi possiamo ricevere la rivelazione del Dio vivente. Questo è il nodo che ci porta dall’auto-protezione al coraggio di renderci vulnerabili, poveri l’uno verso l’altro ma anche di fronte a Dio.

2.5. Dalla percezione del proprio limite alla missione

L’ultimo nodo, infine, a cui accenno semplicemente, è proprio la scoperta che la famiglia è una missione. Spesso questo si blocca perche siamo consapevoli dei nostri limiti e ci lasciamo imprigionare. Allora la missione è quella forza che ci fa dire che proprio dentro questi limiti il Signore ci chiama e invita. È l’esperienza del superamento della sproporzione, tra ciò che siamo e ciò a cui siamo chiamati, che può avvenire solo in forza della fede, dell’affidamento a Colui che ci chiama, nella nostra piccolezza, a una cosa così grande. È il Vangelo della famiglia che siamo chiamati ad annunciare per diventare partecipi insieme a coloro a cui lo offriamo.
Questi cinque nodi sono gli aspetti che dovremmo avere ben presenti quando formuliamo un discorso di accompagnamento della famiglia.

Conclusione

Vorrei concludere con un passaggio di Papa Francesco che non parla della famiglia ma mi sembra molto pertinente. Credo che la pastorale familiare, il Vangelo della famiglia faccia parte di questa grande sollecitudine della Chiesa per l’accompagnamento personale dei processi di crescita. Il Papa a questo proposito ha alcuni numeri dell’Evangelii Gaudium veramente molto belli su cui concludo: “In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro, tutte le volte che è necessario. In questo modo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale. La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr. Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione, ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana. Benché suoni ovvio, l’accompagnamento spirituale deve condurre sempre più verso Dio, in cui possiamo raggiungere la vera libertà. Alcuni si credono liberi quando camminano in disparte dal Signore, senza accorgersi che rimangono esistenzialmente orfani, senza un riparo, senza una dimora dove fare sempre ritorno. Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte. L’accompagnamento sarebbe controproducente se diventasse una specie di terapia destinata a rafforzare questa chiusura delle persone nella loro immanenza e cessi di essere un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre.

“Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge”. (169-171)

Penso che sia questa la preoccupazione fondamentale che ci deve animare, riconoscere che una vera vocazione, come quella della famiglia, fatta di diverse vocazioni intrecciate, ha bisogno di essere accompagnata da una voce di testimoni, di profeti, di sapienti, e insieme abbia la capacità di toccare questi nodi esistenziali dell’umano e il Vangelo possa così diventare

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